Chi sarà il candidato premier del Partito Democratico?

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Ci sono alternative alla scelta di Matteo Renzi come candidato premier del Partito Democratico? Sulla carta, si direbbe proprio di no: era stato lo stesso segretario del PD a dire chiaramente che chi fosse uscito vincitore dalle ultime primarie per la leadership del partito avrebbe sarebbe stato anche il candidato premier alle prossime elezioni politiche. D’altra parte, sarebbe la logica a volerlo: il segretario è anche il candidato premier o il candidato del PD alle primarie di coalizione. Sarebbe così, se non fosse che proprio la volontà di Renzi di candidarsi contro Bersani nelle primarie della coalizione “Italia Bene Comune” porto il PD modificare lo statuto per consentire a più esponenti dello stesso partito di partecipare alla partita. Se qualcuno chiedesse di ricevere lo stesso “favore”, sarebbe difficile negarlo; ma al momento non sembrano esserci le condizioni.

Ma non è solo questo: il (parziale) successo anche di affluenza alle ultime primarie del Partito Democratico ha messo una volta in più in evidenza come Renzi abbia saldamente in mano il PD; tanto più dopo la scissione che lo ha liberato delle ingombranti presenze di D’Alema, Speranza, Bersani & co. – senza peraltro dover cedere granché, almeno stando agli ultimi sondaggi politici, dal punto di vista elettorale – e come quindi sia lui il naturale leader in vista delle prossime politiche. Ma allora, è inevitabile che il PD si presenti con Renzi? In verità, un paio di scenari che fanno immaginare delle possibili alternative ci sono.

Le primarie di coalizione per scegliere il candidato premier

Se ci sarà una coalizione, dovranno esserci delle primarie. Il punto quindi è uno solo: riuscirà a ricucirsi il rapporto tra il Partito Democratico e i partiti che si trovano alla sua sinistra? Fino a poco fa, sembrava un percorso del tutto naturale quello che avrebbe portato Pisapia e Campo Progressista a fare gruppo con il PD, indipendentemente dalla speranza di attirare anche gli ex democratici di MDP. Oggi, però, le cose sono diverse, essendo cominciato il percorso che porterà il partito di Pisapia e gli scissionisti a unirsi in un unico soggetto.

C’è un fattore importante da prendere in considerazione: con tutta probabilità, le prossime elezioni si terranno con il proporzionale con soglia di sbarramento. Per questa ragione, è inevitabile che Pisapia e MDP decidano di unire le forze; con la possibilità che anche Sinistra Italiana e Possibile di Civati decidano di unirsi. D’altra parte, che senso avrebbe creare una coalizione con candidato premier quando è chiaro a tutti che nessuno (tranne forse, forse, il M5S) ha le forze necessarie per raggiungere il 40% che porta al premio di maggioranza? In questa ottica, fare una lista unica del centrosinistra (con il rischio di alienarsi una parte di elettorato, sia da una parte che dall’altra) sarebbe controproducente. Meglio dividersi in due, massimizzare i voti e poi fare la conta dopo le elezioni.

L’incognita Gentiloni

In verità, il leader PD se la deve vedere con un’incognita che con tutta probabilità non aveva calcolato: il successo di Paolo Gentiloni. I suoi modi di fare pacati e costruttivi sembrano aver convinto anche una larga parte di elettorato, che lo piazza costantemente tra i politici con i più alti indici di gradimento. Così, inevitabilmente, è partita la fronda di chi vorrebbe che fosse lui a guidare il PD alle prossime elezioni: una posizione caldeggiata in primis da Michele Emiliano ma che trova molto seguito tra la minoranza PD che fa capo ad Andrea Orlano.

Come andrà a finire? Per ora nessuno parla di primarie interne (ma prima aspettiamo di vedere che succede con le regionali in Sicilia, che potrebbero dare fiato alle voci più scettiche nei confronti di Renzi); per il resto, basta guardare al passato: quando Bersani (non) vinse le elezioni del 2013, si dovette cercare un Enrico Letta che guidasse una coalizione di larghe intese che non rispondeva allo schema previsto in campagna elettorale. Allo stesso modo, un PD che va da solo alle elezioni – ma che dopo i risultati può guidare il governo solo in un’ottica di grandi intese (sempre che se ne verifichino le condizioni, beninteso) – difficilmente potrà proporre Renzi come capo del Governo. E a quel punto il nome di Gentiloni potrebbe nuovamente tornare utile: per guidare un governo in grado di varare davvero una nuova legge elettorale, in cui finalmente sia possibile sapere prima chi governerà in caso di vittoria. Ma adesso, forse, ci stiamo spingendo troppo in là. Quel che è certo è che Renzi non rinuncerà mai a guidare il PD alle elezioni, potrebbe però essere ben contento di avere un Gentiloni da proporre in caso di necessità.

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